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I colori de la Santa Meurte in Messico

La Santa Muerte, alias Niña Blanca, Patrona, Señora o Flaquita, si presenta nelle classiche e spaventose figure della morte personificata. Fondamentalmente è rappresentata da uno scheletro vestito di una tunica e a questa composizione di base si possono aggiungere gli oggetti più disparati, come una bilancia, una falce, alata, accompagnata da un gufo, con una clessidra, con arco e frecce…

Incontrare le Santa Muerte per le strade messicane è molto frequente: come statua o statuetta in un altare, come dipinto murale, come gioiello o come tatuaggio. Nelle periferie le rappresentazioni si moltiplicano e il suo ruolo di protettrice di uomini dediti al pericolo, alla violenza, alla svendita di principi morali per la sopravvivenza del nucleo familiare, ha portato a considerarla il patrono degli affiliati alla criminalità messicana.

Ma questa è solo una generalizzazione, di quelle legate ai culti poveri, clandestini, venerati dalle classi più deboli, in cui violenza e disagio sono la quotidianità. Al contrario la Santa Muerte non sarebbe altro che una presenza benevola, un angelo di luce che protegge i più deboli; non una figura a cui si chiede la morte di qualcuno ma piuttosto protezione, o un favore, un’intercessione che si avrebbe pudore a chiedere a un santo cattolico ufficiale, come il ritorno di una persona amata. 

L’idea di base è che la morte equivale alla giustizia assoluta perché non fa distinzioni sociali. Così la morte personificata e santificata ha il potere di evitare o rimandare la nostra morte specifica, o, se proprio è suonata la nostra ora, ti concede di andartene in modo indolore, rapido, senza terrore.

La venerazione de la Santa Muerte varia in base ai poteri esoterici che la possono contraddistinguere. A identificarli sono i colori dell'abito: la Santa Muerte dal mantello Verde (la più importante) protegge i carcerati e i tossicodipendenti; quella dal mantello Rosso protegge dai dolori del cuore e dell’amore, rinvigorisce l’anima e il corpo durante gli atti sessuali; la Muerte Gialla protegge gli affaristi, i commercianti e soprattutto il traffico di denaro. La Muerte Bianca soccorre lungo la strada di un’eventuale purificazione spirituale e quella Nera, quella sanguinaria, viene invocata ogni volta che si è artefici o possibili vittime di un atto di sangue. C’è infine anche una versione policroma, con sette colori, quindi “tuttofare”, con sette poteri.

La sua origine e diffusione in Messico, ha radici ben lontane. E’ innanzitutto una commistione rituale affascinante tra cristianesimo ascetico (con marcati segni della Spagna inquisizionale del ‘600), i culti e le tradizioni popolari messicane convertiti poi in usanze religiose e la cultura latino americana della “yoruba”, reminiscenza di un passato intriso di magia nera e stregoneria. 

Quel che è certo è che la devozione per la Niña non coincide con la celebrazione del tipico Día de los Muertos messicano, e la sua immagine non deve essere confusa con quella della Calavera Catrina, lo scheletro in abiti femminili con cui l’incisore José Guadalupe Posada (1852-1913) caricaturizzava la borghesia francesizzante dei suoi tempi.

Se sia un rito, oppure una pratica esoterica, o se venga vissuta come una mistica credenza popolare o piuttosto con un avvolgente sentimento nero o soltanto con un fantasioso gusto del macabro, ancora non si riesce a capirlo. Ma senz’altro si tratta di un fenomeno di costume senza precendenti negli ultimi 30 anni di storia di tutto il Sud America.

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