La morte secondo Leopardi: il "Dialogo della Moda e della Morte"

Il tema della morte è sempre stato particolarmente caro al celebre poeta Giacomo Leopardi, che ne parla soprattutto nel suo capolavoro “Le Operette Morali” del 1824.
Tra le Operette, troviamo “Dialogo della Moda e della Morte”, composto a Recanati tra il 15 e 18 febbraio 1824: un dialogo, appunto, tra due entità astratte, che discutono riguardo le sorti dell’umanità.

Lo scambio di battute tra la Moda e la Morte ha un tono quasi comico; le due entità volano l’una accanto all’altra parlando del destino dell’umanità, che risulta essere nelle loro mani.

Leopardi guarda con occhio critico e di sfiducia la società moderna della produzione industriale e soprattutto vede nella moda un principio di vanità, di consumismo e di apparenza, tipici dei tempi moderni e della società consumistica.

Le varie mode si susseguono, una dopo l’altra e, poco dopo, muoiono; una moda per affermarsi prevede che muoia quella prima di essa.
Per questo Leopardi afferma che la Moda e la Morte sono sorelle: perché entrambe sono figlie della Caducità ed entrambe sono immortali.

Nel dialogo, la Moda spiega alla sorella Morte che entrambe possono decidere il destino dell’umanità: la Morte può, appunto, uccidere, mentre la Moda può imporre delle tendenze e dei modi di vivere.

La Moda afferma anche che molti uomini nella vita si sono vantati di poter essere immortali in seguito a gesta eroiche, convinti di rimanere vivi nella memoria delle persone, ma la Moda stessa ha fatto in modo che questo non succedesse.

La Morte è rappresentata da Leopardi secondo l’iconografia tradizionale dello scheletro, mentre riguardo la Moda non sono forniti dettagli fisici precisi.

Una riflessione viene fatta dall’autore attraverso il dialogo delle due entità: egli afferma che il dominio della Morte una volta era circoscritto ai cimiteri, mentre ora il  mondo stesso è diventato un gigantesco cimitero, poiché gli uomini hanno perso il senso dell’eternità.

Il legame tra la moda e la morte, così precocemente intuito da Leopardi, rappresenta quasi una sorta di topos della filosofia novecentesca, tanto che vari autori dopo di lui hanno riflettuto e scritto riguardo questo tema, a volte anche citando lo stesso Leopardi, più o meno esplicitamente.

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