La Morte Sarda: l'Accabadora

Quella dell’Accabadora è una figura ricca di fascino quanto di mistero. Originaria della Gallura in Sardegna, l’Accabadora era la donna che secondo le voci popolari e le scarse fonti scritte praticava l’eutanasia sul finale dell'ottocento.

In sardo il termine Accabadora infatti significa “colei che finisce”, indicando una donna che uccideva persone in condizioni di malattia tali da portare i familiari, o la stessa vittima, a richiederne la venuta.

Veniamo a conoscenza della figura dell’accabadora grazie al ritrovamento fortuito del suo strumento di morte, cosiddetto “su mazzoccu”, bastone di ulivo con cui infliggeva il colpo di grazia sul capo o dietro la nuca del malato.

Sebbene si ritenga che quest’ultima fosse la pratica di uccisione più utilizzata dalla femmina accabadora, credenze popolari narrano anche che entrasse nella stanza vestita di nero e con il volto coperto e che uccidesse tramite soffocamento con un cuscino o strangolando il collo del morente tra le sue gambe.

All’Accabadora oggi i sardi dedicano anche un museo etnografico, a Luras nella Limbara, dove è possibile vedere gli strumenti di morte utilizzati da questa mistica figura isolana, oltre che altri interessanti strumenti utilizzati dalla popolazione sarda di fine ottocento.

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